TRA IL SENIO ED IL SANTERNO, pubblicazione di carattere sociale, civile e culturale per il territorio del Comune di Solarolo, a salvaguardia della sua identità, delle sue origini, della sua storia e delle sue istituzioni, sostenuto, curato e realizzato da COOP. LIBERTAS SOLAROLO Registrazione della testata: Tribunale di Ravenna, Num. Reg. Stampa 1463, data del Decreto che autorizza la registrazione: 16/02/2021. Sede, Redazione, Amministrazione: Corso Mazzini n.31 - 48027 Solarolo (RA) Proprietario ed Editore: Coop. Libertas Solarolo Soc. Coop. a.r.l. Direttore responsabile: Maurizio Cortesi. Lo stampato viene distribuito gratuitamente ad ogni indirizzo di Solarolo. Ciò è reso possibile poiché il giornale si sostiene economicamente con i soli corrispettivi dei suoi inserzionisti.
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giovedì 7 ottobre 2021

2021-04 - Un anno insieme e... Natale 2021 - [ quarto numero ]

Autunno... cadono le foglie... ed sono in distribuzione anche i nostri FOGLI del GIORNALINO!

[ CLIKKA SULL'IMMAGINE PER SCARICARE IL PDF ! ]

UN ANNO INSIEME e Natale 2021
di
Francesco Baldi

... ed ecco il quarto numero che va a concludere il nostro primo anno.

Quattro numeri in cui abbiamo provato a raccontare Solarolo in un modo nuovo, di far conoscere persone, luoghi, storie e piccoli particolari del nostro Paese.

Non mi va però di chiudere questo 2021 in questo modo e quindi ho pensato di anticipare a dicembre la prossima uscita.

Il prossimo numero vorremmo concluderlo in tempi rapidi per poterlo far giungere nelle case entro l’ultima settimana di novembre. In questo modo proviamo a valorizzare il Natale Solarolese invitando le associazioni a segnalarci eventuali iniziative che organizzeranno nei mesi di dicembre e di gennaio.

A loro dedicheremo nelle nostre pagine uno spazio per poterle condividere e far conoscere il più possibile.


F.B.


NOTE DELLA REDAZIONE:
Il giornalino è in distribuzione "porta a porta" nella sua versione cartacea e la sua tiratura non può garantire una distribuzione capillare ed uniforme su tutto il territorio comunale, tuttavia le preziose risorse offerte dall'informatica e dai social dell'epoca in cui viviamo ci consentono di rendervi disponibile la pubblicazione in forma digitale ( in PDF ) e di proporvi di singoli articoli anche sotto forma di post su questo BLOG.

Troverete quindi la (ecologica e anti-spreco di carta) copia in PDF del giornalino nella Sezione ARCHIVIO (oppure clikkando sull'immagine di questo post) e non mancate di diffondere la notizia ed inviare i vostri commenti o le vostre proposte alla redazione

martedì 3 agosto 2021

2021-03 - PERLINE COLORATE : Il mio primo lavoro è stato ...

Giorgio Montanari

PERLINE COLORATE :
Il mio primo lavoro è stato ...




Il mio primo lavoro è stato ...quello di dirigente di una squadra di operai del cosidetto Piano Fanfani che nel 1956 avrebbero dovuto sistemare un tratto della Via Gaiano ad Elioppido per un salario da fame e che, ovviamente, non facevano un c...o, tant’è che li chiamavamo “I fancazzisti”.

Pippo Baudo sostiene che questo appellativo l’avrebbe inventato lui ed invece lo inventammo io, il mio aiutante in campo e segretario tuttofare Pirì d’Ginòl e gli abitanti del tratto di strada dove ...stazionavamo! Detto tra noi c’era uno solo dei miei ‘inferiori’ che si dava da fare seriamente dalle otto di mattina fino all’una, gli altri stavano tutti appoggiati al manico delle vanghe, dei badili e delle zappe.

Ricordo che li chiamavamo anche “I franchi bevitori” o, a scelta, ”Qui de’fiasch!” oppure “I nettarini! (I bivdùr de nettar d’Bacco), perchè un operaio di nome Paluté era stato da me elevato al rango di ‘coppiere’,addetto a rifornire la mia prestigiosa armata Brancaleone di fiaschi di “nettare”, che andava a chiedere alle famiglie degli abitanti della zona, sostenendo che lo sfalcio dell’erba dai fossi, il rifacimento delle cunette ed il riempimento delle buche con del terriccio di riporto erano tutti lavori che facevamo a loro esclusivo beneficio. 

Stando così le cose è lapalissiano che a mezdè j fòs tòt imbariég dùr e bisognosi di un sedile. A questo punto e’ mi segreterì uj mandèva a ca perché, in primo luogo nessuno veniva a fare controlli ed in secondo luogo perché par la mercedes, pardon volevo dire mercede chi ciapèva, in avéva za fat abàsta dla fadìga!

D’altra parte il buon Fanfani aveva inventato questo piano...par tnìr abanduné i purèt cun quatar suld e... par evité chi andés a fare i blocchi stradali, a fermare i treni o a compiere altri e più gravi misfatti da qualche parte. A quel tempo la miseria albergava in tutti i tuguri della povera gente ,anche perchè la disoccupazione la faceva da padrona in quasi tutte le case di Elioppido e non solo!

Rammento alcuni soprannomi dei miei simpaticissimi e fantastici operai: “E’ Gagi, e’ Gagiò, e’Gag, Martino e Tugnò d’Cullòng, S-ciumì dal Pep, e’ Fantì, e’Lupaz, Gibarnì, Cleto d’Stuvanò, Balàna, Frischì, L’Urdègn, L’Argnàqual!

Quel cantiere durò quattro mesi circa e devo ammettere che fu una bella esperienza ed anche discretamente retribuita, almeno per me, che ero il più fancazzista di tutti, perché delegavo ogni mia modesta incombenza a Pirì d’Ginòl che, a dire il vero, dimostrò di essere un mio alter ego efficientissimo.

Fanfani Amintore, giova ricordarlo, fu un eminente uomo politico democristiano che fece tante cose notevoli come, ad esempio, centinaia di migliaia di case popolari. Per la sua bassa statura lo chiamavano “E’mez tuscàn” anche perché era nato in Toscana ”Rieccolo! (Tl’è nec aqué!) per la sua capacità di risorgere dopo ogni caduta e da ultimo “E’muturì, il motorino!” per la sua energia eccezionale e la sua vigorosa potenza. Di fronte ai piccoli uomini, agli omuncoli che ci governano adesso posso affermare senza tema di smentita che lui era ...un gigante!

Ho trovato questa simpatica foto in una rivista, che lo ritrae in un momento piuttosto divertente, che desidero mostrarvi. I soldi guadagnati durante quei quattro mesi di... duro lavoro mi servirono per andare a riposare le stanche membra a Pieve di Cadore con il mio carissimo amico, il fantastico Cheli, anche lui stressato per aver lavorato nelle granaglie al soldo del padre Minghi d’Rustichèl. 

Purtroppo o meglio per fortuna la sera stessa del nostro arrivo in quella deliziosa località dolomitica facemmo un salto fruttuoso nel dancing “Tiziano”. Lì conobbi una giovane ed avvenente indossatrice di Domodossola e così il riposo a lungo agognato ...andò a farsi f...! Durante quei quindici giorni di agosto,lassù, ad un passo dal Cielo, le mie incombenze amatorie per soddisfare i desideri della bella fanciulla furono tali e tante che dovetti sgobbare da matti. D’accordo si trattò di operazioni molto gratificanti, ma anche un po’ anzi molto ...stancanti! Anche il mio amico Cheli, a dire il vero, ebbe il suo bel da fare con la dolce figliola della proprietaria della pensione che ci ospitava! Però durante il viaggio di ritorno ad Elioppido in treno finalmente ci riposammo dormendo come due ghiri quasi per l’intero tragitto. D’altra parte in ferie i giovani di belle speranze non si riposano, questo è poco ma sicuro.

[ G. M. ]



sabato 31 luglio 2021

2021-03 - Il fiume “Senio” - una storia solarolese [ di Maria Morini ]

di Maria Morini
Ho letto sul “Corriere di Romagna” che a Faenza l’associazione “Amici del fiume Senio” istituisce la prima edizione del concorso per racconti brevi relativi al Senio. La nostra Coop. Libertas ha un periodico intitolato “Tra Senio e Santerno”.

Non ho intenzione di scrivere racconti, ma a me piace ricordare ciò che quel fiumiciattolo ha rappresentato per la mia infanzia.

Abitavo allora in via Buratella al n. 6, dove sono nata (scusate se uso il passato prossimo) il 17-10- 1927. Nella nostra famiglia ero la maggiore di tre bambini. Poco più avanti sulla strada c’erano i Minardi. Tra figli naturali e quelli affidati il gruppo era numeroso. Ce n’erano poi alcuni altri che spesso si accodavano per arrivare, dopo circa un chilometro, al fiume, meta delle nostre belle giornate estive.

Dopo la mietitura e lo sfalcio del fieno, lo zio Gildo era completamente libero nelle ore del pomeriggio e, invece di riposare a letto o all’ombra di un albero, come gli altri, preferiva fare un bagno nel fiume e una buona dormita sotto le canne palustri. Dopo le solite raccomandazioni di Gildo il gruppo era libero di correre e sguazzare dove c’era acqua.

Quelle ore desiderate erano la nostra vacanza, il nostro mare (quello vero nessuno di noi lo aveva mai visto). Il fiume, che è ancora ben presente nella mia memoria, era molto diverso da quello che ho visto per l’ultima volta circa dieci anni fa. In fondo alla strada correva da nord a sud la riva, un alto argine ricoperto di vegetazione erbacea, mantenuta sempre ben rasata dagli uomini che non possedevano campi, ma allevavano magari un cavallo, un asino, qualche pecora o capra che dovevavo essere alimentati. Uno stretto sentiero trasversale permetteva di salire a piedi (al massimo spingendo una carriola). Dalla cima un altro sentiero raggiungeva la golena, uno spiazzo abbastanza ampio (chiamato da noi il “saletto”) ricoperto da una fine sabbia molto chiara e da gruppi sparsi di canne palustri. Di qui si scendeva fino all’acqua che solo in qualche punto poteva avere la profondità di 30-40 cm. Di corsa la raggiungevamo senza bisogno di spogliarci, perché non avevamo indosso altro che le mutande. Non si nuotava certo, ma si sguazzava e  ci si spruzzava a vicenda tra gridolini e risate. Più a sud si raggiungeva una specie di laghetto che ogni tanto ospitava le lavandaie. Qui parte della golena era crollata, forse a causa delle piene, formando una specie di muro verticale sabbioso. Quella parete era traforata da decine di piccole tane in file parallele, dette “nidi di rondini”, anche se non abbiamo mai visto uccelli entrare o uscire. Dopo la siesta lo zio Gildo veniva da noi a farci divertire tentando di prendere con le mani qualche pesciolino che guizzava nelle buche più profonde. Continuavano le raccomandazioni di non spostarci più a nord, perché in un gorgo profondo c’era una pericolosa lontra che ci avrebbe mangiati. Anche i canneti erano proibiti, perché potevano nascondere i banditi. Noi ragazzi non abbiamo mai visto nessun adulto oltre lo zio e un personaggio particolare, quasi sempre presente, considerato il custode del fiume. 

Ricordo solo il suo soprannome: lo  chiamavano tutti Baraca. Faceva il cavatore di sabbia da vendere. La portava con la carriola sulla golena e la ripuliva dagli sterpi gettandola con una pala contro una specie di grattugia. Quando non usava i suoi strumenti, li teneva in uno scavo della golena circondato da canne, la cui cima era legata a mazzo e formava una piccola cupola sopra “la buca di Baraca”.

Da grande sentii dire che quello era anche il rifugio di coppie clandestine. Noi ragazzi non vedemmo mai nessuno.

Tutto nel fiume era bello, da rimpiangere d’inverno durante il freddo e i mesi di scuola. Vicino all’acqua, in qualche punto, crescevano alti cespugli di topinambur che si ornavano di grandi margherite gialle. Una volta volli portarne a casa un mazzo e cominciai a strapparne alcuni rami (tanto non avevano proprietario!).

Poco lontanto c’era Baraca che interruppe il lavoro e avvicinò, dicendomi serio che non si dovevavno raccogliere quei fiori, perché appartenevano alla ragazza morta annegata nel fiume qualche tempo prima.

L’aveva trovata lui in quel punto, dove era stata trascinata a valle dalla corrente, dopo che era caduta dalla passerella.

Quel ponticello che noi chiamavamo “la trave” era un lungo asse che permetteva di attraversare il fiume a chi si recava a Faenza, senza bisogno di passare per il ponte di Felisio. La ragazza era in compagnia del fidanzato e, nonostante la piena, erano saliti sulla “trave”. Lei era caduta. Qualche maligno suppose che lui l’avesse spinta. Il corpo dunque era rimasto impigliato proprio nel mio cespuglio di topinambur. Quei fiori erano suoi.

Baraca, raccontando commosso l’episodio, descriveva nei più minuti particolari quel corpo. A me rimasero impressi gli occhi spalancati e la bocca piena di sabbia su cui brulicavano le mosche.

A lungo quell’immagine turbò i miei sonni di bambina e nemmeno il tempo la cancellò. Anzi si accentuò quando a scuola imparai a memoria la poesia “La voce” di G. Pascoli. …

Voce d’un’accorsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:

... Quando rivivo la mia infanzia questo ricordo in particolare non manca mai.

[ M. M. ]